Ciò che fa di Benjamin Hirst un cuoco “unico” nel suo genere è certamente la sua formazione “atipica”. Diversamente da molti suoi colleghi, Ben non si arruola in una scuola “per cuochi” ma studia storia dell’arte in uno degli istituti più esclusivi tra i college inglesi: il “Courtauld Institute of Art” (diretto dal leggendario Sir Anthony Blunt, rivelatosi una Spia Sovietica, dei “cinque di Cambridge”). Terminati gli studi, lavora in una galleria d’arte londinese ma il contesto dell’”accademia” non soddisfa la sua voglia di fare, la sua voglia di fare un mestiere vero, concreto. Per arrotondare comincia a lavorare presso un “Traiteur”, un alimentari specializzato in “Gastronomia francese”. Qui Ben può guadagnarsi da vivere facendo quello che fino ad allora non era niente più che un vezzo, una passione: cucinare. Tutto comincia qui. Ben gira il mondo trasformando poco a poco quella passione in mestiere. Inghilterra, Francia, Stati Uniti, e soprattutto Italia dove ha avuto l’occasione di lavorare a tutte le latitudini, in tutte le vesti (è anche Chef di pasticceria) e sempre ad altissimo livello. I ristoranti romani che lo hanno arruolato hanno vinto premi prestigiosi e hanno visto aumentare le proprie “forchette” Michelin. Il suo percorso di vita avventuroso (se non picaresco) e tutti gli anni passati ad alto livello hanno fatto di lui un vero artista e al contempo un vero professionista: colto, estremamente eclettico e imprevedibile ma anche pignolo ed esigente. Benjamin è stato a lungo legato alla cucina vegetariana, per anni infatti, è stato lo chef dello storico vegetariano di via Margutta. Ben è stato anche autore di due libri di cucina: il primo intitolato The Italian job (Books for cooks, 2003) il secondo Ben’s Vegeterian cook book (Margutta Ristorarte, 2006). Una volta gli hanno chiesto tre aggettivi per definire la sua cucina. Ha risposto che ne bastavano due: “Refined & Unpretentious.”